✴ ISTRIA: storia degli ultimi 100 anni

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Suddivisione amministrativa in età asburgica

Nel 1910 il margraviato contava 403.566 abitanti sparsi su 4.956 km², ed era suddiviso in sette distretti amministrativi (Politischer Bezirk). In ogni distretto amministrativo esistevano diversi distretti giudiziari (Gerichtsbezirk), che comprendevano uno o più comuni (Ortsgemeinde). La città di Rovigno era regolata da uno statuto autonomo. I nomi delle località riportati nel successivo schema sono registrati nei Repertori speciali delle regioni dell’Impero, alcune volte differenti rispetto ai nomi utilizzati dalle popolazioni locali all’epoca o in epoche successive, così come in qualche caso risultano differenti rispetto ai nomi ufficiali dell’epoca o di epoche successive.

Tra la prima e la seconda guerra mondiale: l’Istria italiana

Cartina della Dalmazia e della Venezia Giulia coi confini previsti dal Patto di Londra (linea rossa) e quelli invece effettivamente ottenuti dall’Italia (linea verde). In fucsia sono invece indicati gli antichi domini della Repubblica di Venezia

Modifiche al confine orientale italiano dal 1920 al 1975

     Il Litorale austriaco, poi ribattezzato Venezia Giulia, che fu assegnato all’Italia nel 1920 con il trattato di Rapallo (con ritocchi del suo confine nel 1924 dopo il trattato di Roma) e che fu poi ceduto alla Jugoslavia nel 1947 con i trattati di Parigi

     Aree annesse all’Italia nel 1920 e rimaste italiane anche dopo il 1947

     Aree annesse all’Italia nel 1920, passate al Territorio Libero di Trieste nel 1947 con i trattati di Parigi e assegnate definitivamente all’Italia nel 1975 con il trattato di Osimo

     Aree annesse all’Italia nel 1920, passate al Territorio Libero di Trieste nel 1947 con i trattati di Parigi e assegnate definitivamente alla Jugoslavia nel 1975 con il trattato di Osimo

Divisione amministrativa dell’Istria e del Quarnaro dal 1924 al 1947 con segnate la provincia di Trieste (colore verde), la provincia di Gorizia (blu), la provincia di Pola (giallo) e la provincia di Fiume (rosso)

A seguito della vittoria italiana nella prima guerra mondiale con il trattato di Saint-Germain-en-Laye (1919) e il trattato di Rapallo (1920), l’Istria divenne parte del Regno d’Italia.

Il censimento del 1921 ribaltò i risultati della rilevazione austriaca del 1910, sia per quanto riguarda la Venezia Giulia nel suo insieme, sia per l’Istria in particolare, scoprendo in regione una maggioranza di popolazione culturalmente italiana. Secondo le rilevazioni censuali di quell’anno la popolazione istriana appartenente al gruppo linguistico italiano risultava composta da 199.942 unità (58,2% del totale). Seguiva il gruppo croato, predominante secondo i dati del censimento anteriore, con 90.262 parlanti (26,3%), e quello sloveno con 47.489 (13,8%). Le restanti 5.708 unità (1,7%) vennero invece classificate come “altri”. Anche questo censimento, come il precedente, fu oggetto di critiche: molti istriani di lingua croata si definirono italiani e in alcune località (Briani, frazione di Fianona, Sanvincenti, ecc.) i dati ottenuti erano scarsamente rappresentativi della realtà linguistica dei rispettivi comuni.

Nonostante queste critiche, i dati di questo censimento vennero generalmente utilizzati, insieme a quelli del 1910, dai rappresentanti dei paesi partecipanti.

Lo storico Carlo Schiffrer compilò i risultati del censimento del 1921, come si può evincere dalla tabella riprodotta di seguito. Con le rettifiche dello Schiffrer l’etnia italiana in Istria continuava ad avere una predominanza numerica sui gruppi nazionali di origine slava, ma meno accentuata rispetto a quella risultante dai dati censuali del 1921.

Zona Lingua d’uso italiana Lingua d’uso slovena Lingua d’uso croata Altri
Parte della Venezia Giulia assegnata alla Slovenia 4000 167000 0 0
Parte della Venezia Giulia assegnata all’Italia 112000 21000 0 0
Zona A del Territorio Libero di Trieste 184000 45000 0 0
Zona B del Territorio Libero di Trieste 50000 28000 0 0
Parte della Venezia Giulia assegnata alla Croazia 138000 0 122000 24000

Con l’avvento del fascismo (1922) si inaugurò una politica d’italianizzazione della regione:

Volantino distribuito dagli squadristi a Dignano

  • Con l’introduzione della Legge n. 2185 del 1/10/1923 (Riforma scolastica Gentile), fu abolito e vietato nelle scuole l’insegnamento delle lingue croata e slovena. Nell’arco di cinque anni tutti gli insegnanti croati delle oltre 130 scuole con lingua d’insegnamento croata e tutti gli insegnanti sloveni delle oltre 70 scuole con lingua d’insegnamento slovena, presenti in Istria, furono sostituiti con insegnanti originari dell’Italia, che imposero agli alunni l’uso esclusivo della lingua italiana;
  • con il R. Decreto N. 800 del 29 marzo 1923 furono imposti d’ufficio nomi italiani a tutte le località dei territori assegnati all’Italia con il Trattato di Rapallo, anche laddove precedentemente prive di denominazione in lingua italiana, in quanto abitate quasi esclusivamente da croati o sloveni (questo decreto colpì soltanto un piccolo numero di frazioni);
  • in base al Regio Decreto Legge N. 494 del 7 aprile 1926 le autorità fasciste italianizzarono i cognomi di diversi croati e sloveni.

Tali soprusi vennero denunciati da molti italiani antifascisti e dallo stesso prefetto Giuseppe Cocuzza che, in un pro memoria del 2 settembre 1943 metteva in evidenza un diffuso senso di paura di vendetta che avrebbe potuto spingere successivamente le popolazioni slave ad infierire contro gli italiani dell’Istria.

A seguito degli avvenimenti dell’8 settembre del 1943 la comunità italiana restò in balia di tedeschi e della resistenza croata. Quest’ultima era più efficiente e preparata militarmente del movimento di liberazione sloveno che invece operava nella parte settentrionale della penisola. Buona parte della regione cadde, per un breve periodo, sotto il controllo dei partigiani slavi aderenti al movimento partigiano di Tito. Il 13 settembre 1943 a Pisino il Governo Provvisorio Insurrezionale Croato (Comitato circondariale di liberazione popolare per l’Istria, cro. Narodno oslobodilački odbor za Istru) proclamò con le Decisioni di Pisino l’annessione dell’Istria alla Croazia; poco dopo, il 16 settembre, il Consiglio Supremo del Fronte di Liberazione del Popolo Sloveno proclamò l’annessione alla futura entità statuale slovena del Litorale Sloveno (Slovensko Primorje), che comprendeva il litorale settentrionale dell’Istria. In questo breve periodo, che precedette l’occupazione tedesca si verificarono i primi episodi di violenza anti-italiana, che provocarono un numero non del tutto precisato di vittime.

Occupazione tedesca

Zona d’operazioni del Litorale Adriatico (settembre 1943 – maggio 1945)

In seguito all’Armistizio di Cassibile, dal due ottobre del 1943 fino alla sconfitta della Germania nazista, l’Istria fu occupata da ingenti forze militari tedesche, che la incorporarono ufficialmente alla cosiddetta Zona di Operazioni del Litorale Adriatico o OZAK (acronimo di Operations Zone Adriatisches Küstenland) sottraendola totalmente al controllo della neonata Repubblica Sociale Italiana, e annettendola di fatto alla Germania del Terzo Reich (anche se non fu formalmente proclamata la sua annessione).

L’Operazione Nubifragio con cui i Tedeschi assunsero il controllo militare nella Zona di Operazioni del Litorale Adriatico venne coordinata dal generale Paul Hausser, comandante della 2. Panzerkorps-SS

L’occupazione ebbe inizio nella notte del 2 ottobre 1943 sotto il comando del generale delle SS Paul Hausser. I tedeschi penetrarono in Istria con tre colonne, precedute da forti bombardamenti aerei, raggiungendo in pochi giorni tutte le principali località. I reparti partigiani furono annientati o costretti alla fuga. L’operazione iniziata ai primi di ottobre si concluse il 9 ottobre con la conquista di Rovigno. Il rastrellamento antipartigiano dell’Istria andò avanti tutto il mese di ottobre, colpendo con brutalità i seguaci del Maresciallo Tito.

L’amministrazione civile fu affidata al Supremo Commissario Friedrich Rainer. Si realizzò così il predeterminato disegno di Hitler, Himmler, e Joseph Goebbels di occupare militarmente e poi annettere a guerra conclusa tutti i vasti territori che furono un tempo sotto il dominio dell’Impero austro-ungarico. Il Supremo Commissario Tedesco creò il Tribunale Speciale di Sicurezza Pubblica per giudicare gli atti di ostilità alle autorità tedesche, la collaborazione con il nemico, le azioni di sabotaggio. Il Tribunale non era tenuto a seguire le norme procedurali consuete e le domande di grazia potevano essere inoltrate ed accolte solo da Rainer.

Il comandante militare della regione Ludwig Kübler avviò una lotta crudele e senza quartiere al movimento partigiano comandato da Tito, attraverso l’utilizzo di forze armate collaborazioniste italiane (oltre a forze slovene, croate, serbe, russe, ecc.). Nel Litorale operarono infatti varie formazioni tra cui due reparti regolari dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana (Battaglione Bersaglieri Mussolini e Reggimento Alpini Tagliamento), la Milizia Difesa Territoriale (il nuovo nome voluto da Rainer per la Guardia Nazionale Repubblicana nell’OZAK), le Brigate nere, la Polizia di Pubblica Sicurezza (di cui fece parte la famigerata Banda Collotti), la Guardia Civica, i battaglioni italiani volontari di polizia, la polizia tedesca e vari reparti di collaborazionisti sloveni, croati, serbi e russi-cosacco-caucasici.

Zone in cui operava la resistenza iugoslava (1943)

Tra la fine di aprile e i primi di maggio del 1945 l’Istria, grazie allo sforzo congiunto della resistenza locale (sia slava che italiana), fu liberata dall’occupazione tedesca dall’armata jugoslava di Tito.

Il dopoguerra

La successiva politica di persecuzioni, vessazioni ed espropri messa in atto da Tito ai danni della popolazione italiana, culminata nel dramma dei massacri delle foibe, nelle quali persero la vita 20.000 civili, spinse la massima parte della popolazione locale di etnia italiana ad abbandonare l’Istria, dando vita ad un vero e proprio esodo (si stima che le persone coinvolte nell’esodo furono tra i 250.000 e le 350.000).

Dopo la fine della seconda guerra mondiale con il trattato di Parigi (1947), l’Istria fu assegnata alla Jugoslavia che l’aveva occupata, con l’eccezione della cittadina di Muggia e del comune di San Dorligo della Valle inserite nella Zona A del Territorio Libero di Trieste.

La Zona B del Territorio Libero di Trieste rimase temporaneamente sotto amministrazione jugoslava, ma dopo la dissoluzione del Territorio Libero di Trieste nel 1954 (memorandum di Londra), fu di fatto incorporata alla Jugoslavia; l’assegnazione della Zona B alla Jugoslavia fu ufficializzata con il trattato di Osimo (1975).

L’esodo e i massacri delle foibe

I confini orientali italiani dal 1945. Si noti in rosso la Linea Morgan, che divise la regione nel giugno 1945 in Zona A e Zona B in attesa delle decisioni del trattato di Parigi (1947) fra l’Italia e le potenze alleate. Pola era un’exclave nell’Istria meridionale, e faceva parte della “Zona A”

Durante e subito dopo la seconda guerra mondiale un certo numero di italiani fu soppresso dai partigiani titini. Sulla quantificazione delle vittime vi sono tuttora aspri dibattiti: le stime vanno da 4.000 a 30.000 italiani trucidati, all’interno di un ben più ampio processo di eliminazione postbellica degli oppositori – reali o presunti – del costituendo regime comunista jugoslavo che durò fino agli anni cinquanta e le cui stime variano fra le 350.000 e le 800.000 vittime. Alcuni esponenti del PCI, successivamente alla rottura fra Tito e Stalin del 1948 giudicarono con estrema durezza gli autori di tali crimini. Lo stesso Vittorio Vidali, istriano di Muggia e notissima figura del comunismo italiano dell’epoca, successivamente si riferì ai «trozkisti titini» come a «una banda di spie e assassini», ricalcando la medesima definizione utilizzata da Gheorghe Gheorghiu-Dej – segretario generale del Partito Comunista Rumeno – nel suo rapporto alla Conferenza dell’Ufficio di Informazione dei Partiti Comunisti, tenutasi a Mosca nella seconda quindicina di novembre 1949.

Questo processo di slavizzazione forzata secondo alcuni sarebbe confermato dalla testimonianza del braccio destro di Tito, Milovan Gilas, che affermò testualmente d’essere andato in Istria nel 1946 assieme a Edvard Kardelj per «organizzare la propaganda anti-italiana» e «dimostrare alla commissione alleata che quelle terre erano jugoslave» organizzando «manifestazioni con striscioni e bandiere». Il fine degli jugoslavi – per Gilas – era quello di indurre gli italiani «ad andare via con pressioni d’ogni genere». La testimonianza di Gilas tuttavia è reputata “di limitata attendibilità” e “da considerare con una certa cautela” dallo storico Raoul Pupo. In un’intervista concessa al Giornale di Brescia nel 2006, Pupo si è spinto oltre, definendo tale testimonianza una “bufala sparata da Gilas”: secondo Pupo è stato dimostrato che nel 1946 Gilas non si recò mai in Istria.

Altri storici, invece, contestano l’esistenza di una preordinata e sistematica politica di pulizia etnica attuata dagli jugoslavi ai danni della comunità italiana e tantomeno considerano l’esodo quale diretta conseguenza delle Foibe; tra questi il triestino Sandi Volk che nel saggio “Esuli a Trieste” rileva tra le cause principali dell’esodo anche l’atteggiamento assunto dalle organizzazioni filoitaliane che avrebbero caldeggiato un «esodo di massa, con il quale speravano di riuscire a ottenere la revisione dei confini». Negli anni del dopoguerra il graduale riconoscimento alla Jugoslavia della sovranità sulla Dalmazia, Quarnero e Istria portò la gran maggioranza degli Italiani ivi residenti ad intraprendere la via dell’esilio.

La nave Toscana durante l’abbandono di Pola

L’esodo si intensificò con la firma del trattato di Parigi del 10 febbraio 1947, che prevedeva la definitiva assegnazione di gran parte dell’Istria alla Jugoslavia (ad esclusione della Zona B del Territorio Libero di Trieste). Il Trattato di Parigi prevedeva per chi volesse mantenere la cittadinanza italiana l’abbandono della propria terra.

Per commemorare questi drammatici eventi è stato istituito in Italia dal 2005 un Giorno del ricordo: il 10 febbraio – anniversario della firma del trattato di Parigi (1947).

L’ultima fase migratoria ebbe luogo dopo il 1954 allorché il Memorandum di Londra assegnò definitivamente la zona B del Territorio Libero di Trieste alla Jugoslavia.

Come in altri casi di pulizia etnica, eliminato il “problema italiano”, le nuove autorità slave provvidero a cancellare anche la memoria della presenza italiana in Istria: i monumenti furono abbattuti, le tombe divelte dai cimiteri, la toponomastica cambiata. Le proprietà italiane vennero interamente confiscate ed assegnate agli slavi che vennero insediati nella regione ormai vuota dei suoi precedenti abitanti.

Quando l’ultima ondata dell’esodo fu completata, l’Istria aveva perduto metà della sua popolazione e gran parte della sua identità sociale e culturale. Non c’è accordo fra gli storici sul numero degli esodati, ma si stima che circa il 90% degli appartenenti al gruppo etnico italiano abbia abbandonato definitivamente l’Istria. Attualmente (in base al censimento croato del 2001 e di quello sloveno nel 2002) nella parte dell’Istria assegnata alla Jugoslavia vivono non meno di 18.700 abitanti di lingua madre italiana, di cui circa 15.850 risiedono sul territorio dello Stato croato e circa 2.850 risiedono sul territorio dello Stato sloveno.

L’Istria nella Jugoslavia socialista

Porto di Capodistria

Dopo l’esodo, le aree rimaste disabitate furono ripopolate da croati e sloveni e, in minor numero, da popolazioni di altre nazionalità jugoslave, come serbibosniaci e montenegrini. Parimenti vi fu un notevole flusso della popolazione rurale sparsa (in larga parte istro-croata), specie delle aree più depresse, verso le cittadine ed i borghi in cui la pressoché totalità delle abitazioni e dei poderi erano rimasti vuoti ed abbandonati.

Nella seconda metà degli anni cinquanta l’esodo era pressoché concluso e le persecuzioni più evidenti cessarono. Agli italiani rimasti furono assicurate dai trattati internazionali delle tutele, anche se molto spesso solo sulla carta. In alcune città dell’Istria – prevalentemente quelle della ex Zona B del Territorio Libero di Trieste, come previsto dal Memorandum di Londra del 1954 – gli jugoslavi dovettero conservare l’uso dell’italiano, consentendo il bilinguismo (sloveno-italiano o croato-italiano); la bandiera della comunità nazionale italiana (il tricolore italiano con la stella rossa al centro: la stessa bandiera utilizzata dai partigiani italiani filojugoslavi durante la guerra) dovette essere esposta sugli edifici pubblici e nelle cerimonie, affiancando le altre bandiere ufficiali jugoslave.

Furono mantenuti alcuni periodici e una radio (dal 1971 radio-televisione) in italiano, il tutto comunque strettamente asservito al volere ed al controllo del partito e destinato soprattutto a svolgere propaganda filojugoslava verso l’Italia; le autorità dovettero inoltre garantire agli italiani il diritto di ricevere l’istruzione elementare e media nella propria lingua, anche se la chiusura di decine di scuole italiane e il divieto di frequentare le restanti che colpì molti allievi (in particolare dal 1953, con il famigerato decreto Peruško) spesso impedì che tale diritto potesse trovare una attuazione pratica.

In realtà, tutte le forme di tutela previste dalla costituzione e dalle leggi jugoslave furono spesso meramente formali, tanto che alcuni fra gli studiosi della minoranza affermano che durante il regime comunista vi fosse “una realtà revanscista che minacciava di sopprimerli”[26]. Parecchi cittadini di madrelingua italiana che decisero di restare in Istria dopo il 1947 furono sottoposti, dopo la rottura di Tito con Stalin nel 1948, a persecuzioni in quanto sospetti di essere “stalinisti”. Alcuni furono internati nel famigerato gulag sull’Isola Calva ed in altre strutture concentrazionarie e di “rieducazione” sparse nel Paese. Tra i superstiti di questo campo di concentramento va ricordato il noto poeta in istrioto Ligio Zanini.

Istria contemporanea

Cartello stradale bilingue croato-italiano a Pola

Dopo la disgregazione della Jugoslavia gli stati sovrani di Croazia e Slovenia hanno mantenuto nell’area istriana i confini delle rispettive repubbliche federali. Tra Croazia e Slovenia si è aperta una disputa confinaria riguardo alla linea di demarcazione in corrispondenza del Vallone di Pirano, con ripercussioni sul confine marittimo tra i due stati.

Dall’adesione della Slovenia all’Unione europea sono stati aboliti i controlli frontalieri tra Italia e Slovenia, rendendo la porzione settentrionale dell’Istria uno spazio senza barriere di confine. Il 1º luglio 2013 la Croazia ha aderito all’Unione europea, ma non rientra ancora nella zona Schengen, per cui permangono controlli alle frontiere. Nell’Istria italiana e nell’Istria slovena si usano gli euro; invece nell’Istria croata si usano le kune.

L’Istria resta legata per motivi storici, geografici e culturali al Friuli-Venezia Giulia e al Veneto. Le due regioni italiane prevedono dei capitolati di spesa nei propri bilanci a sostegno della minoranza italiana e per il mantenimento delle memorie storiche istro-venete.


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