🔱 C’era una volta… un’Italia 🇮🇹 che aveva le sue colonie…

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INTRODUZIONE: ORRORI IN GALLERIA

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…IL PANORAMA MONDIALE 🌍
La Gran Bretagna 🇬🇧 ha perso l’India, la Malesia, il Kenya, la Rodesia e Hong Kong ma ha tutt’ora Gibilterra, le Bermuda, le Isole Falkland (o Malvine, se siete argentini), e molti altri puntini sulla mappa del mondo, tra i Caraibi e l’Atlantico meridionale, come le Isole Vergini britanniche, Sant’Elena e Tristan da Cunha.
La Spagna 🇪🇸 non ne ha più da tempo, ha mantenuto solamente un paio di enclave nel vicino Marocco: Ceuta e Melilla.
Il Portogallo 🇵🇹 ha rinunciato all’Angola ed al Mozambico.

Per la Francia 🇫🇷 il discorso è complesso (vedasi 🔗 LA FRANCIA “negriera”, VERGOGNA! W L’AFRICA LIBERA!!!), ha perso il Vietnam e l’Algeria, ma oggi ha diverse colonie: nel Pacifico ha la Polinesia francese, la Nuova Caledonia, Wallis e Futuna; in Sudamerica c’è la Guiana; Nei Caraibi la Martinica, St. Barthélemy e Guadalupe; nell’America settentrionale, St. Pierre e Miquelon; in Africa non ha (formalmente) colonie, è di stanza la Legione straniera; al largo del Madagascar ha l’isola della Réunion.

L’Olanda 🇳🇱 dopo la seconda guerra mondiale ha perso l’Indonesia, ma ha ancora alcune isole dei Caraibi: Saba, St. Eustatius, St. Marteen, Curacao e Bonaire.

La Nuova Zelanda 🇦🇺 ha un paio di colonie: Niue e le Isole Pitcairn.

Gli Stati Uniti d’America 🇺🇸 hanno il Portorico, le Samoa americane, Guam, le Isole Vergini americane e la baia di Guantanamo.

L’Italia 🇮🇹 non ha più nulla, forse, solamente dei gloriosi ricordi…


Le+colonie+italiane+in+Africa

LA STORIA NON SI INVENTA, È STORIA

Il colonialismo italiano ebbe inizio alla fine del XIX secolo, con l’acquisizione pacifica dei porti africani di Assab e Massaua, sul mar Rosso.

Il Regno d’Italia raggiunse la sua massima estensione all’inizio del suo ingresso nella seconda guerra mondiale: il suo territorio fu esteso dal Rodano ai Balcani (Francia meridionale, Dalmazia, Croazia, Montenegro, Albania e Grecia), nonché sulle isole dell’Egeo, su quattro territori africani (Eritrea, Somalia ed Etiopia che formavano l’AOI-Africa Orientale Italiana e la Libia), sulle piccole concessioni cinesi di Tientsin, Shangaied Amoy e su altri territori.

La seconda guerra mondiale segnò il tramonto dell’Impero. Allo stato italiano, seppur schieratosi a fianco degli Alleati nel 1943, vennero imposte dure condizioni a fine conflitto, con numerose amputazioni territoriali. Tra i territori confiscati erano ovviamente incluse tutte le colonie, a eccezione della Somalia, amministrazione fiduciaria e de facto mandato italiano fino al 1960.

Lo storico inglese Denis Mack Smith nel suo libro “Le guerre del Duce”,  racconta e documenta una importante verità,  che nei decenni pare essere stata, più o meno volutamente,  oscurata: Nelle colonie furono riversati ininterrottamente fiumi di denaro, con guadagni assai scarsi, e la bilancia commerciale, a dispetto di tutte le speranze, in nessun momento favorevole all’Italia. Gli amministratori coloniali italiani fecero spesso un buon lavoro e talvolta ottimo. Costruirono vaste reti stradali; e in qualche caso le popolazioni ricevettero – dall’abolizione giuridica della schiavitù, dal controllo delle epidemie e delle carestie e dall’amministrazione della giustizia – vantaggi più concreti che le popolazioni delle vicine colonie britanniche. Il contenimento delle guerre intertribali in Somalia fu un risultato importante”.

L’Africa Orientale Italiana (sigla A.O.I.) era la denominazione ufficiale dell’insieme delle colonie italiane presenti nel Corno d’Africa, una unione proclamata da Benito Mussolini il 9 maggio 1936, dopo la conquista italiana dell’Etiopia.

Le vicissitudini coloniali dell’Italia però non naquero con Mussolini, ma già l’11 ottobre 1911 quando i primi bersaglieri approdano sulla “quarta sponda” italiana.

La guerra contro la Turchia per il possesso della Tripolitania (nome originario della Libia), era cominciata molto prima dello sbarco: sostenuta da proclami nazionalistici d’intellettuali, politici, poeti ma anche da una campagna pubblicitaria che aveva avvolto nel mito le terre libiche, che venivano considerate indispensabili per l’Italia che doveva avere le proprie colonie come le avevano le altre potenze coloniali europee.

L’Italia mirava alla Tripolitania mentre in quegli stessi anni, 1911-1912, emigravano in America un milione e mezzo di italiani per non morire di fame (alcuni trovando la fortuna ed altri per nulla…).

La guerra per conquistare Libia durò due anni ma l’occupazione integrale avvenne 20 anni dopo,  dopo che Badoglio e Graziani avevano stroncato la resistenza libica con i metodi più brutali.

L’ERRORE (non l’unico): Tripoli non era poi un grande sogno da rincorrere…

A Tripoli, 
conosciuto come 
Tripoli bel suol d'amore, 
è un brano musicale patriottico 
scritto da Giovanni Corvetto 
e musicato da 
Colombino Arona nel 1911, 
poco prima dell'inizio 
della guerra italo-turca. 
Fu composto per propagandare 
l'imminente guerra del Regno 
d'Italia contro l'Impero 
ottomano, che era finalizzata 
alla conquista della Libia.

Dopo la Libia, Mussolini puntò le sue mire espansionistiche verso l’impero d’Etiopia; (in un primo tentativo di invasione dell’Etiopia, nel marzo 1896, gli italiani avevano subito uno smacco molto cocente ad Adua, con 4.000 morti) egli avrebbe voluto regalare agli italiani affamati di terre un “posto al sole”.

Le truppe etiopi si opposero con grande tenacia all’avanzata degli italiani forti di 500.000 uomini. Gli etiopi uccisi o sfigurati dal gas furono 250 mila. La vittoria convinse erroneamente Mussolini che l’Italia era una grande potenza militare… Naque così nel maggio 1936 l’Africa Orientale Italiana (AOI) che univa Etiopia, Somalia ed Eritrea.

Ma l’Italia non era per niente una grande potenza militare e Mussolini fece molto male i suoi conti…

Tutte le colonie italiane furono occupate militarmente dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale; l’Africa Orientale Italiana fu presa nel ’41 ed occupata dagli inglesi, solo l’Etiopia ridivenne indipendente: il negus Haile Selassie ritornò ad Adis Abeba, l’occupazione italiana durò solamente 5 anni.

La Libia fu invasa dagli alleati nel 1943.

Il trattato di pace, ex art. 23, statuiva che l’Italia avrebbe rinunciato a tutte le colonie ed oltre tutto gli addebitava tutte le spese di guerra!

Alla fine del conflitto si discusse sulla sorte di Eritrea, Somalia e Libia, il governo De Gasperi tentò di ottenerne la riassegnazione tramite mandato O.N.U.. Purtroppo sia in Libia che in Eritrea gli americani e gli  inglesi avevano installato importanti basi militari, avevano installato ad Asmara una stazione per il controllo delle comunicazioni di primaria importanza, e rappresentava il tradizionale sbocco al mare dell’Etiopia; inoltre, la Russia difendeva il diritto all’indipendenza delle nazioni africane anche se non sarebbe mai riuscita a fermare la Francia.

Privati dei loro privilegi e delle proprietà sono rimasti nel Corno solo gli italiani troppo poveri per partire e chi aveva ormai lì le sue radici. Con la brutale espulsione della comunità italiana dalla Libia si concluse quel che rimaneva del  colonialismo italiano.

Il ricordo nei francobolli e nella moneta… 

Della lingua è rimasto poco… o niente…

Quanto alla LINGUA ITALIANA…

  • la Libia è sempre stato un paese arabo con una sua cultura ben radicata;
  • la Somalia dopo un primo momento in cui l’italiano rimase la lingua dotta, mise per iscritto il somalo e oggi ciò che rimase dell’italiano è stato spazzato via dalle guerre e dall’anarchia;
  • in Eritrea ed Etiopia l’italiano scompare man mano che muoiono le generazioni che con esso ebbero a che fare e oggi ne rimane ben poco.

Quanto alle tracce culturali rimane molto poco…

  • in Somalia c’è solo guerra e anarchia;
  • in Etiopia la dominazione italiana è stata talmente breve (solo 5 anni) che quasi non si può parlare di decolonizzazione;
  • in Libia gli italiani sono stati cacciati dal primo all’ultimo, Gheddafi ha imposto il socialismo e l’islam;
  • solo l’Eritrea, con la sua stessa esistenza, i suoi confini, costituisce l’eredità lampante della dominazione italiana in Africa;

rimangono a fiera testimonianza le strade, le ferrovie, i ponti e gli acquedotti che gli italiani costruirono fra le due guerre e nel secondo dopoguerra come riparazioni; se non altro quindi sono rimaste le cose più buone che avevamo fatto per l’Africa.

Dell’Italia in Libia sono rimaste le eccellenti costruzioni!

Tripoli conserva tracce architettoniche e urbanistiche ben visibili dell’amministrazione coloniale italiana.

La guerra degli ultimi anni gli scontri degli ultimi mesi non hanno toccato la parte storica e centrale della città, quella che dalla medina e dall’attuale Piazza dei Martiri (l’ex Piazza Verde) si sviluppa intorno alle vecchie arterie stradali italiane: corso Vittorio Emanuele III, corso Sicilia, via Lazio, via Lombardia e via Piemonte.

Gli edifici italiani, a distanza di decenni, continuano dunque a caratterizzare il volto del centro di Tripoli. Le principali iniziative del governo italiano in campo architettonico si sono avute principalmente sotto i governatori Giuseppe Volpi di Misurata (1921-1925) e Italo Balbo (1934-1940). Il primo, imprenditore e diplomatico veneziano, fu designato a ricoprire tale carica dal ministero delle Colonie per dare un maggiore slancio alla colonia da un punto di vista economico e commerciale; il secondo, eroe e trasvolatore oceanico, fu nominato alla guida della colonia libica da parte di Mussolini forse per estrometterlo dalla politica nazionale.

  • Il Palazzo del Governatore (concluso nel 1929) che doveva simboleggiare la grandezza degli italiani (e che fu in un secondo momento dimora di Re Idris e della famiglia reale e successivamente destinato da Gheddafi a ospitare il Museo nazionale libico)

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  • La Cattedrale del Sacro Cuore di Gesù (terminata nel 1928)

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  • Il Teatro Miramare (non più esistente)
  • L’importante restauro integrativo e non conservativo del Castello che divenne il centro del potere italiano

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  • Le strutture legate al credito e al commercio come l’edificio della Cassa di risparmio della Tripolitania o a quello della Banca d’Italia

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  • I Lungomare (fra cui si ricordano i vecchi Lungomare Volpi, Belvedere, dei Bastioni e della Vittoria) sono ancora visibili (a seguito di un deprecabile massiccio intervento urbanistico, non si affacciano più sul mare; dopo le balaustre in pietra è stata costruita una grossa arteria urbana a scorrimento veloce)

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  • Edifici di ogni genere che dovevano completare il nuovo piano urbanistico e che furono progettati per lo più dall’architetto Florestano Di Fausto

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  • La vecchia Piazza Italia (oggi Piazza dei Martiri)

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  • L’antica piazza della Cattedrale (ora Piazza Algeria)
  • L’edificio del Municipio e delle Poste e telegrafi (ancora oggi ufficio di rappresentanza del sindaco di Tripoli), la già ricordata Cattedrale italiana (trasformata sotto Gheddafi in una moschea)
  • La vecchia sede dell’Istituto nazionale fascista di previdenza sociale, adesso sede di varie compagnie

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Per respirare ancora un’atmosfera italiana nella città si dovrebbe percorrere l’ex Corso Vittorio Emanuele III (oggi Sharia al Estiqal)

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passando per la vecchia e alberata piazza IV Novembre, in direzione del quartiere della Dahra. Due sono gli edifici che ancora ricordano la presenza italiana e il periodo di Balbo:

  • L’albergo Uaddan (a fianco dell’odierna Ambasciata italiana)

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  • La piccola chiesa di San Francesco, oggi sede del Vicariato apostolico

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  • L’ospedale,  il primo costruito a Tripoli negli anni ’20
  • Il palazzo delle Fiere, tuttora un lustro per la Capitale libica
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Palazzo delle Fiere di Tripoli OGGI
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Palazzo dele Fiere di Tripoli IERI

Al fine di proteggere gli edifici italiani, l’Istituto italiano di cultura di Tripoli, l’Unesco e l’ordine degli architetti libico hanno promosso nel gennaio del 2014 un convegno dal titolo Gestire e conservare le città storiche in Libia. 


La maggior parte degli edifici italiani a Tripoli rimane comunque intatta e i maggiori cambiamenti architettonici sono avvenuti durante il regime di Gheddafi col proposito di risanare o riqualificare alcune aree. Gli scontri bellici degli ultimi anni non hanno generato grandi ripercussioni negative sul centro cittadino, eccetto alcune azioni vandaliche al vecchio cimitero italiano.

Capita tutt’oggi che vecchi connazionali od i loro figli vadano a Tripoli a cercare la città della loro infanzia. Luoghi che, ovviamente, trovano profondamente cambiati…

Lungo mare TRIPOLI oggi
Sotto la spinta della ricchezza creata dal petrolio, la capitale, un tempo ricca di candidi palazzi e celebre per il lungomare, ha avuto una crescita tumultuosa e disordinata, NON SENZA DIMENTICARE I GRAVISSIMI CONFLITTI BELLICI, che l’hanno trasformata in un mix di antico e moderno. Lo stesso lungomare non esiste più. Per sveltire il traffico sempre più fitto e caotico, è stato interrato per 300 metri: al suo posto, due corsie di scorrimento veloce e giardini con parchi giochi, oltre i quali si apre la vasta piazza Verde. Se oggi molti di questi edifici sono stati abbattuti e sostituiti da altri moderni, o ridipinti in verde o rosa, i luoghi, tuttavia, conservano ancora un’inconfondibile aria di famiglia, che rende il visitatore partecipe di un’avventura umana… 

L’Eritrea è diventata patrimonio dell’UNESCO per la sua architettura modernista, sempre progettata in epoca coloniale fascista

Asmara, capitale dell’Eritrea, è uno dei luoghi riconosciuti come patrimonio dell’umanità dall’UNESCO, scelta perché «rappresenta il maggiore e più intatto concentrato di architettura modernista al mondo». Vista da qui, la cosa speciale di Asmara è che fu progettata dagli architetti italiani negli anni Trenta, il periodo di maggior sviluppo dell’Eritrea durante il periodo in cui fu una colonia italiana, che iniziò nel 1890, arrivò all’apice sotto il regime fascista e si concluse nel 1941.

Asmara è ancora piena di questi edifici – ce ne sono circa 400, tra ville private, farmacie, cinema, bar, stazioni di servizio e palazzi governativi – sopravvissuti al tempo a causa dell’isolamento del paese durante l’occupazione etiope, e riscoperti negli anni Novanta dopo l’indipendenza.  Opere, strade e palazzi in cui sembra di perdersi in una versione più colorata e polverosa di Latina e Sabaudia e di qualche altro angolo sparso d’Italia, da Roma a Milano!

Asmara è stata per il Duce il naturale raccordo  con il suo nuovo Impero Romano e il suo centro amministrativo della “Orientale Italiana” africana. Chiamò, infatti, la città “Piccola Roma”, anzi  la Piccola Roma d’Africa.  

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…non finisce qui!

In Africa, nelle ex colonie italiane, ci sono centinaia e centinaia di opere, infrastrutture (ponti, strade, stazioni, ferrovie, acquedotti, ospedali, cinema, biblioteche, ecc.), ville, chiese, interi quartieri, ecc. che l’Italia ha portato in TUTTI quei territori (anche se, per ovvie ragioni di spazio, non si é potuto mostrare in questo articolo le immagini e le singole vicende di ogni città coloniale italiana).

Purtroppo sono da denunciare i discutibili metodi di acquisizione del controllo dei territori.

Quelli sono stati pochi anni di realizzazioni eccellenti ed archiettonicamente preziose: costruzioni robuste, ben fatte e specialmente esteticamente belle; anni luce avanti a molti degli odierni obbrobri che vengono costruiti in Italia.

Fu un piano di sviluppo, quello attuato sulle colonie, che oggi sarebbe impensabile da realizzare in questa Italia..

UN CASO ECCELLENTE DI OTTIMA AMMINISTRAZIONE, IN UN CONTESTO ERRATO PER VIA DELLE ALLEANZE SCELTE E DELL’INFAUSTO EPILOGO CHE UMANAMENTE HA VISTO TROPPE, TROPPE VITTIME!

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