⛪ Pellegrino Parmense, un Borgo ricco di storia!

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Da qualche tempo è in corso una lodevole iniziativa che ha lo scopo di effettuare il “CENSIMENTO DEI BENI STORICI DELL’APPENNINO PARMENSE” con la finalità di conoscere per tutelare. Il risultato che ne sta emergendo conferma che Pellegrino è un paese pieno di risorse!

Ecco i dati:

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Con orgoglio, Pellegrino Parmense ha (fino ad oggi) mappati ben 35 edifici/manufatti ai quali può attribuirsi un valore storico, artistico, architettonico di rilievo. Ossia, da tutelare!

Un dato molto importante che dovrà tassativamente portare a delle ben precise considerazioni di ordine pratico e progettuale da parte dell’amministrazione comunale nascente.

Con la storia non si scherza… la storia non solo come testimonianza di cultura ma anche di grande fonte economica, ove valorizzata con sapienza!

Segue una rappresentazione, estratta dal sito del CAI-Parma,

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di alcuni dei beni che vale la pena far conoscere e quindi ampliarne la divulgazione, la tutela, la conservazioneed è solo l’inizio!


SANTUARIO DI CARENO


Almeno mille anni di storia accompagnano il suggestivo, pittoresco santuario della Beata Vergine Assunta in Careno, piccola frazione di Pellegrino Parmense. Fondata nel 1044, secondo l’iscrizione posta sull’architrave d’ingresso, la chiesa, che sorge alle pendici del monte di Santa Cristina, viene menzionata per la prima volta in un documento nel 1230, come cappella dipendente dalla pieve di Serravalle, insieme ad altre chiese della zona: tra cui quella di Mariano.

La primitiva chiesa romanica, forse ricostruita nel XIII secolo, come emerge dalle testimonianze storiche lasciate, aveva probabilmente le dimensioni dell’edificio attuale ma era ad aula unica con abside semicircolare. A questa fase costruttiva si possono attribuire nell’edificio attuale la base della piccola abside e parte della facciata. Il sacro edificio è stato profondamente modificato in almeno due riprese.

Intorno alla seconda metà del XV secolo l’aula è stata ripartita in tre navate, con l’inserimento degli attuali pilastri ottagonali; le navate sono state coperte con volte a crociera a costoloni, la navata centrale è stata soprelevata e, di conseguenza, sono state modificate  coperture e facciata. All’inizio del XVIII secolo, alla chiesa sono stati addossati quindi i due portici laterali per ospitare i pellegrini che si recavano al santuario in occasione delle principali ricorrenze liturgiche e in particolare della festa dell’Assunta (15 agosto).

La decorazione delle navate risale per gran parte al XVIII secolo, mentre sui muri perimetrali emergono ampi brani di affreschi della seconda metà del Quattrocento. Nel 1836, per porre in maggior rilievo la statua della Madonna venerata nel santuario, l’altare maggiore è stato rifatto e la statua è stata posta nell’ancona di marmo rosso di Verona che domina la navata centrale. L’affluenza di devoti al santuario, in particolare in occasione dei Giubilei, è sempre stata frequente e continua nei secoli, come testimoniano indirettamente i numerosi interventi edilizi eseguiti sulla chiesa nel corso della sua lunga storia.

Il fiore della vita
E, se in merito alla fondazione dell’edificio, l’attenzione non può che essere posta sull’iscrizione posta sull’architrave d’ingresso, va evidenziato come, a poche decine di centimetri dalla stessa iscrizione compaia un simbolo tanto antico quanto comune, vale a dire il “Fiore della Vita” che, nella sua forma più semplice è chiamato anche ‘Sesto giorno della Genesi’ poiché ottenuto dalla ‘rotazione’ di sei cerchi o sfere, corrispondenti ognuna ad un giorno della Creazione. Esso rappresenta la struttura interna del Creato, ed il suo completamento.

È, come sottolineato, un simbolo antichissimo che è stato trovato in tutto il mondo ed in ogni cultura.

 

Propizierebbe una nascita e una vita fortunate: ecco quindi che non sembra affatto un caso, quindi, che questo simbolo emerga, molto spesso, in luoghi bisognosi di protezione e di difesa, quali le serrature e le culle dei neonati. Il fatto di essere riferito al numero 6, che simboleggia la Creazione lo accomuna inoltre alla ‘Ruota della Vita’ a sei raggi, che simboleggia l’alternarsi delle stagioni e delle vicende umane.

Gli antichi architetti lo hanno inserito in ogni struttura da loro costruita.

Ed ancora più antica del santuario di Careno doveva certamente essere la Basilica di Santa Cristina, da cui deriva il nome del monte, posta tra le Valli Ceno, Cenedola e dello Stirone. Edificio, questo, che alcuni documenti danno per già esistente nel 1095, affiancato da una torre con campana e da un romitaggio, occupato sino al 1783. Con la morte dell’ultimo eremita, la Basilica e la Cella di Santa Cristina sono andate completamente in rovina, ma recenti affioramenti di un tratto di strada romana pavimentata, in direzione Careno – Monte Santa Cristina, hanno portato ad ipotizzare la preesistenza in questa località di un tempio romano dedicato a divinità silvane.

 

La devozione mariana, qui, è sempre stata e continua ad essere molto viva, come dimostrato dalle considerevoli partecipazioni di fedeli che si registrano in occasione, soprattutto, della ricorrenza dell’Assunta (15 agosto).

Per quanto ipotesi storiografiche più o meno attendibili riportino l’origine della fabbrica agli anni appena antecedenti, o appena successivi, il Mille, nessun documento ha mai potuto offrire conferma definitiva circa la datazione dell’edificio originario.

 

La prima data univocamente certa che vede citata la Pieve di Careno è quella del 1230, anno in cui una “Capelle de Carono” assoggettata al Pievato di Vellio compare nel “Capitulum seu Rotulus Decimarum”, uno dei documenti più antichi della storia ecclesiastica parmense, redatto per ordine del Vescovo di Parma. Volendo cercare più indietro nel tempo, le caratteristiche costruttive riscontrabili non offrono, oggi, appunti chiari al punto da permettere una datazione altomedievale dei manufatti.

Gli 11 corpi sepolti sotto la chiesa
Sono stati gli scavi archeologici iniziati nell’ottobre 2004, come prima fase dei lavori di restauro e consolidamento che hanno interessato il santuario, a riportare alla luce una storia che, qui, si fa tanto affascinante quanto misteriosa. Le minuziose ricerche, volute dalla Soprintendenza, hanno riportato alla luce almeno 11 sepolture, alcune a camera, altre individuali, una particolarmente antica. Questo dato, va detto, era già stato segnalato nei verbali della Visita Pastorale Marazzini dell’agosto 1715, epoca in cui il santuario, probabilmente, non aveva ancora la pavimentazione.

Allora si parlava di 11 sepolture, probabilmente riferendosi proprio alle tombe principali, oltre ad una sepoltura per i sacerdoti ed a tombe comuni. In particolare, nei documenti di quella visita pastorale, si legge che non era contigua alcuna casa alla chiesa, e che vi erano sepolture, fra le quali quella di un sacerdote, situate nel coro vicino all’altare e sotto alla scalinata del presbiterio, mentre i bambini venivano sepolti accanto al sagrato.

Nelle undici sepolture emerse in occasione degli scavi sono state rinvenute diverse tipologie di tombe: in nuda terra, in cassa di legno, in cassa lapidea, a camera.

La tomba a camera costituisce una sepoltura collettiva (probabilmente di famiglia) realizzata come una vera e propria stanza, con pareti in muratura e volta di copertura, alla quale si accedeva da una struttura a gradini. In un momento successivo, numerosi cadaveri erano spesso sepolti all’interno della struttura, utilizzando con ogni probabilità una scala, che consentiva l’accesso alla tomba.
Una volta esauriti gli scavi e le ricerche archeologiche si è proceduto al riempimento delle tombe con sabbia inerte, alla stesura di uno strato di geotessile che ne tuteli l’integrità e, infine, alla formazione di una soletta di sottofondo.
Da evidenziare che durante i lavori di scavo è emerso il profilo dell’antico presbiterio, di forma curvilinea. Esso è stato ripristinato nella sua forma originaria, riuscendo anche a riportare alla luce e conservare alcune porzioni della pavimentazione originale.

Le numerose Madonne con Bambino
Di particolare interesse è il ciclo affrescato che impreziosisce il santuario. Pur in assenza di fonti certe, l’intervento affrescato principale è ritenuto riferibile al XV secolo e, a questo riguardo va considerato come tale datazione coincida con il grande cantiere di trasformazione dell’edificio ecclesiale originario e con la presenza, a Pellegrino, di San Bernardino da Siena che avviò anche la costruzione del convento dedicato a San Francesco, al cui interno, durante i restauri del 1999, furono ritrovate altre porzioni affrescate di un certo interesse.

 

Da sottolineare come il ciclo affrescato veda la presenza di una serie di Madonne col Bambino, disposte su tutte le pareti, in posizioni assolutamente irregolari, senza unità stilistica né tantomeno un disegno d’insieme. E’ possibile che si possa trattare di omaggi votivi, una sorta quindi di ex voto, applicati direttamente alle pareti, a testimonianza di grazie ricevute.

 

E per quanto concerne infine la devozione, va subito evidenziato che questo santuario è oggetto di devozione continua da secoli.

 

La chiesa era originariamente dedicata a Maria: il culto della Beata Vergine Assunta pare sia stato introdotto solo successivamente, come si può supporre dal fatto che nel secolo XI non era ancora abbastanza diffusa la notorietà di tale celebrazione, nonché dall’osservazione degli affreschi riportati alla luce in questi anni, dove la Madonna appare sempre col Bambino e non da sola, a differenza di quanto richiederebbe invece l’iconografia tradizionale legata al culto dell’Assunzione di Maria Vergine.

 

La Madonna dei Matti e la Madonna della Cintura

In particolare, qui si venera da tempo un’immagine della Madonna detta comunemente “dei matti” perché ad essa si rivolgono soprattutto i sofferenti di malattie nervose, ricavandone a quanto pare numerose grazie, come testimoniato anche dai tanti ex voto presenti. Diversi storici locali citano inoltre la venerazione, a Careno, della Madonna della Cintura, a cui si rivolgevano le donne per implorare la grazia della fecondità: venerazione perpetuata da tempi antichissimi ma di cui oggi è andata persa la tradizione.

 


TORRE DEI MARCHESI

Secondo alcuni si tratterebbe dei resti del castello di Grotta. “E’ conosciuto anche come “Torre dei Marchesi” e, con assoluta probabilità, pare sia appartenuto dapprima ai marchesi Pallavicino della vicina Scipione e, poi, ai marchesi Della Torre di Verona e agli Sforza Fogliani. Era, facilmente, parte integrante di uno scacchiere difensivo voluto dalla nobile famiglia Pallavicino in Val Stirone, con ogni probabilità abitato (solo da truppe militari o anche da membri della famiglia Pallavicino o da altre famiglie importanti della zona?). Oggi, oltre alla torre, si possono notare alcuni locali interrati, con feritoie, i resti di una cisterna (e forse di un magazzino in cui venivano ovviamente conservate le provviste) ma è certo che il luogo era arricchito anche dalla presenza di un oratorio di cui resta la traccia più evidente e significativa a poche centinaia di metri; infatti nella località di Casaleno (o Casalino), varcata la soglia della graziosa, quattrocentesca chiesetta dedicata a san Pietro Apostolo, si trova la statua lignea, trecentesca, della Madonna del Buon Consiglio. Un simulacro al quale i fedeli di tutta la zona sono molto legati e che in origine si trovava proprio nell’oratorio della “Torre dei Marchesi”.


CHIESA DI MARIANO

Compare come pagus nella Tabula Alimentaria traiana (iscrizione bronzea ritrovata a Veleia, del II secolo d.C.). Proprio sul cocuzzolo prospiciente la chiesa alcuni vedono nella geometria del paesaggio la presenza di un antico castello, andato distrutto dopo la ribellione dei Pallavicino di Pellegrino contro Bernabò Visconti (1373). La chiesa, dedicata a S.Pietro, già menzionata da documenti del 1400, è sorta in sostituzione di una precedente, dedicata a San Martino (ricordata per la prima volta in documenti del 1230) che doveva trovarsi adiacente al fortilizio, ma di cui purtroppo si è persa ogni traccia. All’interno numerose opere di Walter Benecchi, pittore contemporaneo nato a Mariano e bolognese di adozione.


IL CASTELLO DI PELLEGRINO

Domina il borgo di Pellegrino Parmense il castello medievale, innalzato originariamente nel 981 per volere di Adalberto di Baden, capostipite dei Pallavicino, e ricostruito completamente nel 1198 dal marchese Guglielmo; conquistato nel 1438 da Niccolò Piccinino, capitano delle truppe del duca di Milano Filippo Maria Visconti, il maniero fu rinforzato da Francesco e Jacopo Piccinino; espugnato nel 1449 dal condottiero Alessandro Sforza, fu assegnato nel 1472 a Lodovico Fogliani, capostipite dei Fogliani Sforza, che lo mantennero fino al 1759, quando l’ultimo marchese Giovanni lo cedette al nipote Federico Meli Lupi di Soragna; alienato alla famiglia Boccoli in seguito ai decreti napoleonici del 1805 relativi all’abolizione dei diritti feudali, passò nel 1817 ai Pettenati, che lo rivendettero durante la prima guerra mondiale spogliandolo di ogni arredo; utilizzato per anni come falegnameria, fu nuovamente alienato dopo la seconda guerra mondiale dapprima a Carlo Raggio, quindi ai Bottego, ai Tomelleri, che ne avviarono i primi importanti interventi di restauro, e infine dopo il 1990 all’imprenditore Camillo Catelli, che completò i lavori recuperando anche la cappella e la torre e arredò con mobili antichi le sale.

Il castello si sviluppa sulla vetta di un colle innalzandosi su un alto corpo a pianta rettangolare, affiancato sullo stretto lato est da un torrione quadrangolare; all’esterno si elevano alcuni tratti della cinta muraria, anch’essa articolata su un impianto rettangolare, in origine caratterizzata dalla presenza, in corrispondenza degli spigoli, di quattro torri cilindriche, di cui si conservano intatte solo quelle sul fianco est.

Le austere facciate in pietra sono caratterizzate dal marcato andamento a scarpa degli spessi muri ai primi livelli e dalla presenza di un numero limitato di piccole finestre, a testimonianza del forte carattere difensivo del maniero; sulle fronti sono inoltre visibili alcune bifore chiuse, mentre lungo il perimetro sommitale del corpo principale sono distinguibili gli antichi merli accecati.

All’interno, oltre alle numerose sale arredate con mobili d’antiquariato, sono presenti gli antichi ambienti di servizio e le prigioni, tra cui la cella in cui fu torturato e ucciso per strangolamento l’ultimo marchese Manfredo Pallavicino.

LA DAMA BIANCA, IL FANTASMA DEL CASTELLO

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Il castello è noto per ospitare il presunto fantasma della Dama bianca, che sarebbe stato avvistato per la prima volta nel 1827, come riportato nei documenti ufficiali ancora oggi esistenti.

Dopo le prime manifestazioni dello spettro vestito con un manto bianco, testimoniate sotto giuramento da alcuni abitanti del borgo, la notizia si estese velocemente in tutto il ducato di Parma e Piacenza e cominciarono a giungere a Pellegrino sempre più curiosi dall’intero Stato, per raccogliersi attorno al maniero e assistere alle apparizioni, che avvenivano sempre fra le 18,15 e la mezzanotte; per un certo periodo si contarono in media 300 visitatori al giorno, ma il fenomeno dopo qualche tempo iniziò a infastidire le autorità governative, che decisero di inviare sul posto un corpo di Dragoni Ducali, con lo scopo di impedire ogni forma di assembramento; in seguito al loro arrivo le pubbliche apparizioni della Dama bianca cessarono completamente.


CHIESA DI SAN GIUSEPPE

La chiesa fu costruita a partire dal 1914 per sostituire il piccolo luogo di culto seicentesco, sede parrocchiale dal 1836; progettata in stile neoromanico dall’architetto Tancredi Venturini, fu completata nel 1927.

La chiesa si sviluppa su un impianto basilicale a tre navate, con ingresso a ovest e presbiterio absidato a est.

La simmetrica facciata a salienti, rivestita in pietra, è preceduta da un ampio sagrato e da una scalinata a rampe contrapposte, che abbraccia il monumento ai Caduti di Pellegrino Parmense; il prospetto è scandito verticalmente in tre parti da quattro lesene in laterizio; al centro è collocato l’ampio portale d’ingresso principale, affiancato da due piedritti, in sommità si trova un grande rosone delimitato da una cornice in pietra e sormontato da una croce greca in rilievo; a coronamento si sviluppa sotto gli spioventi del tetto una fascia ad archetti pensili retti da colonnine. Ai lati si aprono in corrispondenza delle navate laterali i due portali d’accesso secondari, affiancati; più in alto sono collocati due grandi rosoni delimitati da cornici.

All’interno la navata centrale, coperta da volte a crociera, al centro si staglia, all’interno di una cornice sormontata da un frontone triangolare in pietra, la pala d’altare raffigurante San Giuseppe. Alla base è collocata la grande opera scultorea lignea dell’Ultima Cena, realizzata a grandezza naturale dall’artista novecentesco Walter Benecchi.


CHIESA STORICA DI SAN GIUSEPPE

(ora auditorium)

Il luogo di culto fu edificato nel 1642 dai frati del vicino convento di San Francesco, quale cappella dipendente dal santuario di Careno.

Nel 1836 la chiesa divenne sede di parrocchia autonoma.

L’edificio, ormai inadeguato, fu sconsacrato nel 1927, al termine dei lavori di costruzione della nuova chiesa di San Giuseppe, e per circa 30 anni fu adibito a granaio a servizio del Consorzio agrario.

Intorno al 1960 l’ex chiesa fu internamente frazionata e trasformata in garage, bar e abitazione, mentre nella navata destra e nella cappella dello stesso lato fu installata una centrale Telecom; intorno al 1995 gli spazi furono lasciati liberi e nel 2003 furono avviati i primi lavori di recupero della struttura, demolendo le murature di tamponamento e chiudendo le aperture incongrue realizzate nelle navate sinistra e centrale; rimase solo la centrale Telecom, che fu però eliminata nel 2004. La parrocchia, proprietaria dell’edificio, si accordò col Comune di Pellegrino Parmense per destinare la struttura a sala civica pubblica; gli interventi, avviati nel 2013 e finanziati dal Comune e dalla Fondazione Cariparma, riguardarono gli interni e la facciata e consentirono anche di riportare alla luce gli affreschi nascosti sotto gli intonaci. Il 16 luglio del 2011 fu inaugurato, alla presenza di varie autorità, il nuovo auditorium, che il 22 ottobre dello stesso anno fu intitolato a Claudio Costerbosa, sindaco di Pellegrino Parmense dal 1842 al 1850 e patriota risorgimentale.

L’ex chiesa si sviluppa su un impianto a tre navate, con ingresso a ovest e presbiterio a est.

La simmetrica facciata a salienti, interamente intonacata, è caratterizzata dalla presenza del portale d’accesso centrale, delimitato da una cornice e sormontato da un frontonetriangolare; ai fianchi si aprono in corrispondenza delle navate laterali due finestre rettangolari incorniciate, mentre in sommità è collocato nel mezzo un ampio finestrone con cornice e frontone triangolare di coronamento; al centro si sviluppa lungo gli spioventi del tetto il cornicione in lieve aggetto, mentre ai lati si allungano due grandi volute.

Sulla destra si eleva su quattro ordini il campanile, decorato con lesene in pietra sugli spigoli; la cella campanaria si affaccia sulle quattro fronti attraverso monofore ad arco a tutto sesto; a coronamento si erge una guglia conica rivestita in manto di rame.

All’interno la navata centrale, coperta da due volte decorate con affreschi recuperati nel corso del restauro del 2013, è scandita dalle laterali attraverso due ampie arcate a tutto sesto, rette da pilastri.


CONVENTO DI SAN GIUSEPPE

(ora ostello)

Il convento, fondato nel 1421 secondo la tradizione da san Bernardino da Siena, durante le sue peregrinazioni dopo il soggiorno a Piacenza del 1420, fu edificato in adiacenza a una chiesa costruita in epoca ignota e fu affidato ai francescani.

Nel 1512 fu costruito all’interno del monastero un oratorio dedicato a san Rocco.

Nel 1805 i decreti napoleonici stabilirono la soppressione del convento e l’allontanamento dei frati; la struttura semidistrutta, incamerata dal Demanio, fu modificata e nel 1879 divenne sede dell’ospedale Vittorio Emanuele II.

Il palazzo fu successivamente ceduto dapprima alla Regione Emilia-Romagna e infine al Comune di Pellegrino Parmense e fu riconvertito in scuola e sede di varie associazioni.

Nel 1999 l’edificio fu completamente ristrutturato e adibito a ostello; durante i lavori furono recuperate le tracce dell’antica chiesa e degli affreschi che la decoravano.

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Il palazzo si estende su una pianta rettangolare, con ingresso a sud-ovest preceduto da un ampio cortile.

La simmetrica facciata, interamente intonacata, si eleva su tre livelli fuori terra; al centro è collocato l’ampio portale d’accesso ad arco a tutto sesto, mentre ai lati si trovano due finestre rettangolari per parte; al piano superiore, separato da quello inferiore da una fascia marcapiano in mattoni, si apre nel mezzo una portafinestra con ringhiera in ferro, affiancata da due finestre su ogni lato; l’ultimo piano è illuminato da cinque finestre, mentre a coronamento si allunga un cornicione modanato in cotto.

Sul retro si trova un piccolo anfiteatro all’aperto, stretto tra il prospetto posteriore e il muro di contenimento a sostegno della strada superiore.

All’interno sono visibili gli affreschi dell’antica chiesa, riportati alla luce durante il restauro del 1999 in occasione del Giubileo; di pregio risulta in particolare il dipinto raffigurante San Bernardino, protetto da una lastra di vetro.

Attualmente la struttura dispone di 40 posti letto ed è circondata da un piccolo giardino e da un anfiteatro fruibili dagli ospiti.


MAESTÀ DEI GUARDASCHI

(cappella)

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Lungo la strada che conduce a Egola, immersa in una folta vegetazione, si trova la Maestà dei Guardaschi: è in mattoni a vista e la lapide in marmo posta sulla facciata richiama la data della costruzione: 1953. È una delle maestà più recenti ed alcuni abitanti del paese ricordano di avere partecipato alla sua inaugurazione.

La statua della Madonna delle Grazie posta nella nicchia sopra l’altare in marmo ricorda la gratitudine di Giovanni Guardaschi per la Vergine in seguito alla guarigione della figlia.


ORATORIO DI BERZIERI

(chiesetta)

Nell’abitato di Berzieri sorge questo oratorio con chiesetta, fondato nel 1700 dalle famiglie del posto, dedicato alla Beata Vergine del Carmine, della quale è esposta una statua. Si tratta di una costruzione in sasso ottimamente conservata  che,  escludendone le gronde in acciaio/alluminio apposte sulla facciata principale, mantiene tutto il suo fascino settecentesco.


ORATORIO VALICO SANT’ANTONIO (chiesetta)

tratta di una chiesetta rustica del XVI secolo dedicata a Sant’Antonio che nel 1836 fu messa a disposizione dei colerosi; il sacro edificio restituito ai fabbricieri a peste finita “ripulito e disinfettato”, divenne durante la guerra di liberazione asilo per i combattenti che in essa si rifugiarono, sotto lo sguardo della Madonna che vi figurava in un affresco, da tempo “strappato dal muro per evitarne la completa rovina” e che l’8 maggio 1975 ha fatto ritorno al suo primitivo posto.

contemporaneamente anche l’edificio dopo un lungo periodo di chiusura è stato restaurato e riaperto al culto.


MAESTÀ DEI BERZIERI

(cappella)

Sulla riva destra dello Stirone, si trova la Maestà dei Berzieri, località vicina alla frazione di Besozzola. È un’antica costruzione che nonostante i segni del tempo, rivela un passato ricco di storia e di leggenda. La struttura è particolarmente elegante ed ampia, il vano presenta l’altare sostenuto da piccoli pilastri; la statua della Madonna è racchiusa nella nicchia e sovrasta l’altare.

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Ampio ed elevato è lo spazio esterno delimitato da colonne in cotto sormontate da capitelli elegantemente sagomati che sostengono il soffitto.


CHIESA DI RIGOLLO

L’attuale chiesa venne ricostruita sulle rovine di una più antica del XVII secolo della quale permangono i resti. I lavori di costruzione della nuova chiesa iniziarono negli anni ’40 del Novecento, grazie all’impegno del parroco e della comunità locale; fu recuperato il muro di facciata dell’antica chiesa, che divenne muro d’ambito del presbiterio attuale. L’interno è ad unica navata coperta con volte a botte intonacate.


CHIESA DI GROTTA

I primi registri in archivio sono della Confraternita del Santissimo Sacramento, i quali sono datati dal 1596 in avanti. Nel 1733 l’antica chiesa di S. Maria Nascente franò e nel 1762 si posero le fondamenta della nuova chiesa in località Case Copelli: la costruzione della chiesa fu terminata nel 1782. Diversi sono stati i parroci che si sono succeduti e tutti hanno dovuto combattere con il terreno franoso su cui era costruita la chiesa stessa. Durante il periodo in cui è stato parroco di Grotta don Domenico Rosi, la parrocchia è stata dotata del beneficio di S. Genesio, ma il sostegno maggiore è venuto da Casalino con il suo oratorio di S. Pietro, ove è venerata la Madonna del Buon Consiglio, la cui festa si celebra il 26 aprile. La facciata della chiesa parrocchiale ha subito varie peripezie franose. Già nel 1857, mentre era parroco don Luigi Apollinari, nella visita pastorale del vescovo di Piacenza si annotava la forte lesione alla facciata della chiesa parrocchiale. La stessa è stata fatta e rifatta più volte, l’ultima delle quali nel 1940.


CHIESA DI IGGIO

La fondazione della chiesa di Iggio è assai antica: essa è infatti già citata in un documento datato 1040, conservato nell’archivio dell’abbazia di San Salvatore di Tolla (cfr. P.M.Campi, “Dell’Historia Ecclesiastica di Piacenza”), relativamente alla donazione di alcune terre site presso la pieve di S. Martino di Iggio al monastero suddetto, da parte dell’arcivescovo di Milano Ariberto d’Intimiano. A tale data (cfr. A.D.Petrilli, Iggio e la sua Chiesa, in Cronache d’Arte, I, 1925, pp. 11-15) erano sottoposte alla giurisdizione della pieve di S. Martino (che dipendeva dalla diocesi di Piacenza) le cappelle di S. Giovanni in Galla (oggi cappella dei Volpi) di Gunda, dei Cavalieri di Malta, di Ceriato, di S. Genesio (ora distrutta) e di S. Cristina. Quest’ultima, insieme alla cappella di Specchio, venne definitivamente assegnata alla pieve di Iggio con una sentenza papale del 1146 dopo una lunga controversia tra la diocesi piacentina e quella parmense, che ne rivendicava la giurisdizione. Dal numero di cappelle da essa dipendenti si deduce l’importanza della pieve di Iggio nell’XI e XII secolo. Si ipotizza fra l’altro che la sua istituzione sia addirittura antecedente al 1040: teoria, questa, sostenuta anche dalla dedicazione della pieve al celebre Vescovo di Tours, santo fortemente venerato in epoca longobarda. In un carteggio relativo alla visita Pisani del 1774, conservato all’archivio vescovile di Piacenza, si parla di imponenti lavori di ristrutturazione e ricostruzione non ancora ultimati; la chiesa nel suo aspetto odierno risalirebbe quindi alla seconda metà del XVIII secolo. La costruzione subì poi ulteriori lavori di restauro nel 1924, durante i quali vennero riportati alla luce i bassorilievi romanici che furono poi inglobati nel portale d’ingresso alla chiesa. Uno di questi bassorilievi raffigura un uccello bezzicante (probabilmente una colomba), mentre una pietra angolare è ornata con fiori stilizzati, affiancati da una piccola croce astile e da una figura in atteggiamento orante.

Il portale centrale, in bella pietra locale, non più nella sua posizione originaria, risale alla fine del secolo XI e apparteneva alla chiesa primitiva; l’archivolto consta di tre elementi con base attica e capitelli ornati di foglie e palmette. Sul lato sinistro, si apre poi un piccolo portale, strombato e tripartito, ornato nell’arco con motivi a scaglie e a losanghe, e presenta un fregio nel quale si susseguono decorazioni a foglia, rosette quadripetale, alberi stilizzati e un calice, incisi in pietra locale, con un intaglio secco e netto. Si tratta di motivi ornamentali riconducibili al XII secolo che appartengono anche all’iconografia templare; per questo motivo alcuni studiosi ritengono che la chiesa possa essere appartenuta nei primi secoli della sua esistenza ai cavalieri dell’ordine medievale, il che rende ancora più affascinante la misteriosa storia di questo luogo. L’interno della chiesa è a croce greca, retto da pilastri agli angoli, e conserva un fonte battesimale in pietra, memoria della primitiva funzione battesimale.

Iggio costituiva, inoltre, anche un’importante tappa per Fidenza e Berceto, sulla strada che da Veleia Romana si collegava con la Francigena.


CHIESA DI VARONE

Percorrendo la strada che dal valico di S. Antonio porta a Pellegrino sulla destra si può scorgere la chiesa di Varone. Appartenente alla diocesi di Piacenza, la sobria ed elegante piccola pieve, con la facciata rivolta alla vallata di Pellegrino, aveva alle sue dipendenze le cappelle di S. Lorenzo di Besozzola, S. Michele di Camurata, S. Maria di Costa, S. Abdon di Pellegrino e anche – nel

1199 con bolla di Innocenzo III – l’Ecclesia di Santa Cristina. Le prime notizie della pieve risalgono al XIV secolo: si tratta di un atto relativo all’elezione dell’arciprete Bernardo Quattromini, avvenuta il 6 maggio 1349 da parte del Capitolo riunito nella cappella dei SS. Abdon e Sennen del castello di Pellegrino. La chiesa medievale si trovava più a monte rispetto a quella attuale, nei pressi della casa Pettenati; abbandonata agli inizi del Settecento a causa di una frana, le funzioni sacre si svolsero per decenni in un oratorio privato, mentre si procedeva alla costruzione della nuova chiesa, che venne benedetta nel 1785, mantenendo l’antica dedicazione a S. Giovanni Battista.

Sulla facciata si nota la bozza di un portale in pietra, probabilmente la chiave dell’arco, sulla quale è raffigurata una croce a bracci patenti, inserita entro un cerchio. All’interno si conservano alcuni elementi d’arredo, una colonna e l’acquasantiera appartenenti all’antica pieve, riaffiorati dalla frana in tempi recenti. Sull’altare è inoltre presente una tela, proveniente dalla cappella del Castello di Pellegrino, che rappresenta i santi Abdon e Sennen, i fratelli persiani martirizzati.


MAESTÀ DI VARONE 

(cappella)

Verso il valico di Sant’Antonio, in località Varone a poche centinaia di metri dalla statale, è presente una Maestà completamente costruita in sassi, risalente ai primi anni trenta del secolo scorso. Fu fatta costruire dalla famiglia Ventura allora proprietaria del terreno, per grazia ricevuta.

Presenta il soffitto a botte con sassi a vista e l’interno ricorda una grotta al centro della quale è posta l’immagine della Vergine Immacolata.


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