📈 Il debito pubblico italiano in deterioramento costante e (parrebbe) irreversibile: ricette, cure e terapie!

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🏦 Banca d’Italia: “il debito pubblico a fine 2017 era a 2.256 miliardi”. In tre anni è salito di 119 miliardi…”

A dicembre 2018, come già era emerso nelle precedenti rilevazioni, il Ministero dell’Economia ha usato la liquidità di cassa per farlo scendere 📉; rispetto al dicembre 2016 si registra un aumento di 36,6 miliardi.
🆘️ ALLARME COTTARELLI: “Nei prossimi tre anni crescerà di 55 miliardi in più di quanto sarebbe spiegato dall’andamento del deficit”.

Il debito italiano annuo aumenta con una progressione molto allarmante:

  • in media 4.469 euro in più ogni secondo ⏱ 
  • contro una media annuale che nel 2017 era attorno a 1.160 al secondo.

L’anno scorso il debito sovrano dell’Italia è cresciuto di 36,59 miliardi di euro e di 233,5 miliardi di euro in più da inizio legislatura.

  • Con il Governo Renzi 🤥 l’aumento è stato pari a 116 milioni al giorno.
  • Con il Governo Gentiloni 😪, è stato pari ad 100,2 milioni a dì, grazie al fatto che ha beneficiato di tassi in netto calo e dell’andata a pieno regime del famoso «bazooka» di Draghi.

Coi governi precedenti, a causa di stagioni della nostra economia ben più difficili e turbolente, vi sono state medie giornaliere più alte:

  • Governo Letta 😩 202 milioni
  • Governo Monti 😨 242 milioni
  • Governo Berlusconi 😉 165 milioni

🥉 3° POSTO PER L’ITALIA 🇮🇹, CON IL DEBITO PIU’ ALTO DEL MONDO 🌍

raffrontato alla ricchezza nazionale (debito/PIL) si è al 131,5%  (in lieve calo rispetto al 2016, ma solo perché non sono ancora stati contabilizzati gli aiuti destinati al salvataggio delle banche venete)

  • 🥈 2° POSTO alla disastrata GRECIA 🇬🇷 con un rapporto debito/PIL pari al 181,3%
  • 🥇 1° POSTO AL GIAPPONE 🇯🇵, con un rapporto debito/Pil pari al 239,2%

La media europea invece è assestata attorno all’85%: la GERMANIA 🇩🇪 è l’unico Paese ad essere riuscito l’anno scorso a ridurre lo stock del debito al 65% del PIL ed ora punta a scendere sotto il 60% entro il 2020.

Il debito così elevato rappresenta una delle ragioni principali al blocco 💸 dell’economia italiana. Gli interessi che lo Stato paga ogni anno incidono per decine di miliardi…

Roberto Artoni (ex commissario Consob e docente emerito di Scienza delle finanze all’Università Bocconi di Milano), ha effettuato una significativa ed interessante ricostruzione  🔎 storica dell’andamento del debito Sovrano dello Stato italiano, a partire dall’Unità fino ad oggi; questo studio ha individuato quattro grandi momenti di crescita del debito dell’Italia rispetto al suo Prodotto Interno Lordo (PIL):

  • il primo momento di accumulo, che ha portato il rapporto tra debito e PIL al 117% nel 1897, si spiega con la caduta del PIL dovuta alla Grande Depressione di fine secolo;
  • il secondo e il terzo momento coincidono con le due Guerre mondiali. Questa è la parte prevedibile della storia e anche quella meno interessante, dato che tutte e tre le volte l’Italia con l’aiuto di condoni e inflazione è poi riuscita a riportare sotto controllo i suoi conti pubblici.
  • La parte avventurosa è il quarto momento di accumulo del debito pubblico, una fase che inizia nel 1974 con un debito al 54,5% del PIL e si chiude nel 1994 con un rapporto tra debito e PIL al 124,3%. Ciò che è successo in quel ventennio costituisce il problema attuale.

È un problema aperto anche a livello pratico: a differenza delle altre volte, l’Italia non è mai riuscita a riassorbire il debito accumulato in quei vent’anni.

L’Italia ci ha provato con significativi sforzi ed è stata capace – unica in Europa – a chiudere in attivo, al netto degli interessi, 22 bilanci pubblici su 23 tra il 1995 e il 2017. Ciò però non è bastato. Solo nel 2007 il debito è tornato sotto quota 100%.

La grande recessione post 2008 ha però abbattuto il Prodotto Interno Lordo di quasi dieci punti percentuali (ancora non recuperati), lasciando schizzare il rapporto debito/PIL fin sopra il 130%.

IN TANTI HANNO TENTATO DI TROVARE UNA CURA 💊 EFFICIENTE A QUESTA GRAVE MALATTIA DEL PAZIENTE ITALIA

Autorevoli “medici” (Banca d’Italia, l’Ufficio Parlamentare di Bilancio dello Stato, Confindustria, Unione Europea…) ne hanno diagnosticato la malattia e parimenti ne hanno invocato l’urgenza di trovare una cura: le ricette dei partiti, una volta passate sotto la lente degli esperti, si sono rivelate improbabili così come le superficiali e pressapochiste promesse elettorali.

Nella realtà dei fatti il trend 📈 è in costante peggioramento con disavanzi e indebitamento del Paese. Le affermazioni dei partiti, che asseriscono di essere in grado di poter scendere al di sotto il 100%, in assenza di studi seri e documentati con dovizia, rimangono nell’ambito della mera fanta-politica 👻!

Ognuno tenta di lanciare la propria ricetta, tra le più percorribili:

Secondo Confindustria 🏭 la terapia corretta sarebbe «un mix di avanzi primari, efficienza della spesa pubblica e compliance fiscale» in modo tale da ridurre il rapporto debito/PIL di 20 punti in 5 anni. Questo consentirà di «ridurre le speculazioni e gli umori dei mercati finanziari che possono rendere costoso e complicato il collocamento dei titoli di Stato facendo salire, oltre alla spesa pubblica per interessi, anche i costi dei prestiti per imprese e famiglie».

«Neanche negli anni ’90 si era superata la soglia del 130%», ricorda a sua volta Confindustria. «Ciò frena la crescita perché per pagare gli interessi passivi vengono sottratte risorse all’economia per servire questo debito»: 3,8% del PIL per pagare gli interessi nel 2017, ovvero all’incirca 60 miliardi di euro, «un importo pari alle spesa sostenuta per l’istruzione scolastica e l’università pubblica».

Vi sono poi le dubbie 🤔 soluzioni proposte dai “sovranisti”, che sostengono che quello del debito è un non problema perché basterebbe compensare debito e credito con chi ha sottoscritto i titoli di Stato oppure uscire 🚪 dall’euro per azzerare il problema! Soluzioni che «condurrebbero al tracollo dell’economia nazionale e ridurrebbero alla miseria milioni di italiani».

Un salto nel passato, per capire il presente, è d’obbligo!

Per capire cosa sia successo negli utlimi 25 anni, occorre  tornare agli anni ‘60, quelli della fine del “miracolo economico”. Furono anni in cui tutte le democrazie occidentali si organizzarono per mettere a disposizione dei cittadini un robusto welfare state con un miglioramento di servizi essenziali come la sanità e la previdenza. Questo miglioramento dei servizi ebbe un costo necessario e dovuto. In Europa 🇪🇺 la spesa pubblica, tra il 1960 e il 1980, salì in media dal 29,5 al 46,8% del PIL.

Anche l’Italia, non fu da meno; pur con maggiore attenzione, in quegli anni il rapporto tra spesa pubblica e PIL salì dal 30,1 al 40,6%.

L’Italia poteva permettersi questo aumento delle spese; infatti negli anni ‘60, il PIL crebbe attorno al 5% all’anno e l’inflazione sembrava più o meno sotto controllo; nel 1970, dopo dieci di anni sempre in deficit, il debito pubblico italiano salì solo dal 36,9 al 41,1% del PIL.

Negli anni ‘70, i dati del decennio furono ancora buoni, sebbene il periodo fosse più difficile; il PIL crebbe meno, in media del 3,4% all’anno, mentre l’inflazione decollò a causa della crisi petrolifera.

Gli indici dei prezzi al consumo si impennarono in tutto il mondo. In Italia l’indice dei prezzi era al:

  • 5,2% nel 1972
  • schizzò al 19% nel 1974
  • si mantenne attorno al 15% fino alla fine del decennio
  • quando risalì fino ad uno spaventoso 21,7% negli anni ’80.

Ecco, l’inflazione che consente il CAMOUFLAGE 🎭: “grazie, inflazione!!!”

Simili livelli di inflazione resero più agevole per i governi italiani, in un momento di stagnazione delle entrate, la chiusura dei bilanci pubblici in pesante deficit, con passivi nell’ordine del 10% del PIL.

La fortissima crescita del Prodotto Interno Lordo nominale grazie alla spinta dell’inflazione permettava di camuffare i passivi di bilancio nel rapporto debito-PIL:

  • nel decennio ’70/79 la crescita del PIL fu causata dalla recessione, che tra il 1970 e il 1973 fece volare il rapporto debito-PIL dal 41 al 55,1%;
  • dopodiché l’aumento si mantenne contenuto fino ad arrivare, agli inizi degli anni ‘80, con un debito al 59,5% del PIL.

Il “divorzio 💔 consensuale” tra il Tesoro e Bankit

Tra il 1975 e il 1981 l’Italia pagava sul suo debito pubblico interessi in media di 10 punti percentuali inferiori all’inflazione. Oggi, i titoli di Stato pagano tassi negativi tant’è che i risparmiatori scelgono altri investimenti; ben pochi risparmiatori, al pari di quelli di oggi, erano disposti a regalare soldi all’Italia.

Per queste ragioni nel 1975 Governo e Banca d’Italia concordarono che la Banca Centrale Nazionale avrebbe garantito il successo delle aste dei titoli di Stato, stampando moneta 💷 per comprare le obbligazioni rimaste invendute. In questo modo il costo dell’aumento del debito non si vedeva direttamente nei conti pubblici; il debito veniva scaricato sulla lira (che veniva stampata al bisogno), tant’è che tra il 1975 e il 1980 la vecchia moneta italiana si svalutò del 40% rispetto al dollaro.

Nel 1981 le scelte di Ronald Reagan (presidente USA) e Paul Volcker (governatore della Federal Reserve) fecero saltare l’equilibrio precario dei conti italiani, i due decisero che era il momento di abbattere l’inflazione, che negli Usa aveva raggiunto il 14%. La Fed procedette con un drastico aumento del costo del denaro, che in sei mesi passò dal 9 al 19%.

Una manovra costosa che negli USA 🇺🇸 abbattè la crescita dei prezzi (nel 1983 l’inflazione americana scese al 3,2%) ma fece salire la disoccupazione e provocò una momentanea recessione prima del boom economico.

Banca d’Italia fu costretta ad inseguire la Fed e quindi a indirizzare il Paese su un cammino di “disinflazione”:

  • aumentò il costo del denaro;
  • ridusse il tasso di aumento dei prezzi.

Senza l’inflazione, l’aumento del debito a carico della stampa della lira – che, nel 1981, si svalutò di un altro 40% rispetto al dollaro 💲, diventava semplicemente impraticabile.

È in questo contesto che il Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, ed il Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, concordarono il famoso “divorzio consensuale” in cui Banca d’Italia veniva liberata dall’obbligo di comprare l’invenduto alle aste dei titoli di Stato, acquisendo indipendenza nelle sue scelte di politica monetaria. Una scelta che incontrava ostilità politiche da parte di tutti i principali partiti, ma che permise alla lira di restare all’interno del Sistema monetario europeo attraverso il meccanismo di fluttuazioni limitate tra le monete europee introdotto nel 1979 e sfociato nell’Unione monetaria del 2000.

…ma ora proseguiamo con le possibili soluzioni per curare il paziente Italia dal suo delirante debito pubblico

L’idea è la necessità di uno SHOCK ⚡ monetario.

Secondo l’economista Pierangelo Dacrema, si tratterebbe di rimborsare i titoli del debito pubblico in scadenza con una nuova moneta, nulla a che fare con la lira (che non torna). Moneta a corso forzoso solo in Italia. Il primo obbiettivo è quello di abbattere in modo significativo il debito in breve tempo, raggiungendo la quota del 60% in sei anni.

Con questa nuova 🆕️ e doppia moneta un risparmiatore titolare di un Btp, alla sua scadenza, riceverebbe non più euro, ma l’equivalente in nuova moneta italiana. In questo modo lo Stato non sarebbe costretto ad emettere nuovi Btp (sempre da vendere sul mercato) per ripagare quelli in scadenza. È questo il motivo per cui, oggi, il debito tende ad aumentare e non può diminuire. Con una nuova moneta lo Stato si limiterebbe tramite la Banca Centrale nazionale a stampare moneta senza dover emettere nuovi titoli.

Con il sistema della doppia moneta l’Italia rimarrebbe in UE rispettando le regole. Non vi sarebbe più una economia malata, almeno secondo quelle regole. Inoltre, mettere in circolazione nuova moneta si alimenterebbe l’economia reale e quindi si andrebbe ad abbattere la disoccupazione e la povertà.

Di sicuro sarebbe molto difficile far accettare all’Europa 🇪🇺 la deroga rispetto alla centralità e unicità dell’Euro come moneta in Europa. La BCE e la Germania sarebbero profondamente contrarie. L’Italia potrebbe provare a dimostrare la bontà della scelta soprattutto in favore dell’Europa.

Vi sono sempre teorie e soluzioni NON SHOCK ma di fioretto 🤺…

Secondo l’economista Guido Salerno Aletta e l’ex-ragioniere dello Stato, Andrea Monorchio, sarebbe sufficiente portare lentamente, in un orizzonte di 20 anni, il rapporto debito/PIL al 60%, operando una riduzione del debito sul PIL del 3% annuo circa. Significherebbe dimezzare l’attuale debito pubblico per il 2038, portandolo dagli attuali 1900 miliardi di euro a circa 1000 miliardi di euro; pagando 900 miliardi di euro.

Negli ultimi 15 anni vi sono state più di 35 manovre che, al meglio, hanno portato una riduzione dell’1% annuo del debito sovrano. Certamente, non si potranno utilizzare le soluzioni già tentate in queste ultime 35 manovre, non più credibili (visti i risultati).

Si deve ricordare che: le famiglie 👨‍👩‍👧‍👦 italiane, rispetto al reddito, sono tra le più ricche del mondo 🌍. Il problema dell’Italia è che gli italiani sono stati disincentivati ad investire in titoli di Stato. Sia il sistema bancario che finanziario, complici le decisioni politiche, sono riusciti a spingere gli italiani ad investire altrove, accaparrandosi quote di risparmio che in passato sarebbero state allocate in titoli di Stato italiani.

In Italia non vi è stata nessuna bolla 🎈 immobiliare come è invece è accaduto negli Stati Uniti, che ha causato una perdita significativa del valore degli immobili. Banca d’Italia, dice che nel 2010, il valore degli immobili è cresciuto dello 0,2%.

Il vero capital loss (perdita dei capitali/risparmi dei cittadini) in Italia è stato nell’investimento azionario 📊, quantificabile nel nostro paese all’incirca in 180 miliardi di euro. Le famiglie Italiane sono prudenti e hanno sempre privilegiato investimenti immobiliari (solo sporadicamente si sono approcciate al mercato mobiliare); in ogni caso hanno pur sempre abbandonato progressivamente gli investimenti in titoli di Stato italiani 🤗.

Gli italiani preferiscono il mattone 🏗… ma perchè non “italianizzare” il debito pubblico?

Quanto valgono tutti gli immobili 🏘 degli enti pubblici, immediatamente disponibili? Almeno 300 miliardi di euro. Si tratta di quegli immobili al cui interno c’è gente che lavora e per i quali si può pagare un affitto.

Invece di venderli dovrebbero essere inseriti in un fondo di investimenti nel quale sarebbero invitati alcuni ed obbligati altri ad investire.

Anche i fondi pensione cercano costantemente investimenti redditizi: [“L’opportunista segue con tenacia la direzione del vento: anche quando fiuta odore di merda.” (Dino Basili, scrittore e giornalista)]

Dentro a questo fondo di “italianizzazione del debito” potrebbero anche essere inserite le quote di Eni, di Enel, ecc. fino a diventere un vero fondo del patrimonio degli italiani, incentivato da un 🆓️ esentasse per 25/50 anni.

Con la vendita di questo fondo si abbatterebbe il debito pubblico di 300 miliardi (equivalente di 10 manovre annuali, al 2,5% annuo).

altre soluzioni… pagare una quota delle spese pubbliche in titoli di Stato.

Le spese pubbliche rappresentano:

  • il 2,5% delle spese correnti, dunque 660 miliardi di euro
  • ed il 6% delle spese di parte capitali – ovvero 66 miliardi di euro

Questa operazione consentirebbe di sostituire ogni anno 20 miliardi di euro di titoli di debito pubblico ad un tasso basso, senza nessun danno. In 20 anni si sostituirebbero 400 miliardi di euro di titoli.

Questi titoli potrebbero divenire garanzie presso gli istituti di credito e quindi potrebbero trasformarsi in liquidità.

Oggi, l’Italia paga una altissima remunerazione sui titoli di debito verso l’estero che può essere quantificata fino al 2% del PIL annuo italiano.

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